Istat: Santerini (Pi-Cd), ora reddito di inclusione

Istat: Santerini (Pi-Cd), ora reddito di inclusione

   (ANSA) – ROMA, 15 LUG – “L’inversione di tendenza sull’impoverimento delle famiglie italiane comunicata dall’Istat e’ una buona notizia. Rimangono pero’ piu’ di quattro milioni di persone in difficolta’ a cui la politica deve dare una risposta.
In questo senso va la nostra proposta di legge sul reddito di inclusione che prevede interventi per vari gruppi: famiglie con un disoccupato, persone in condizioni di disagio e di marginalita’. Chiediamo al Governo, proprio a partire da questi dati incoraggianti, di concentrare l’attenzione sui piu’ poveri con azioni mirate e efficaci”. Lo dichiara Milena Santerini, deputata del gruppo ‘Per l’Italia-Centro Democratico’.(ANSA).
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Contro la povertà: la nostra proposta

Contro la povertà: la nostra proposta

Contro la povertà e a favore dell’inclusione attiva abbiamo presentato alla Camera una proposta di legge. A differenza degli altri progetti per il cosiddetto “reddito minimo”, pensiamo a misure articolate di tre tipi: una Sovvenzione per l’inclusione attiva destinata a famiglie in difficoltà, un Reddito di inclusione per singoli in condizione di disagio e un Assegno sociale per persone fragili. Si tratta di sussidi dati in forma di carta ma finalizzati all’autonomia e al lavoro. Prevediamo di valorizzare il terzo settore e tutte le agenzie che potranno accompagnare al lavoro le persone escluse, anche utilizzando i progetti degli enti pubblici. Senza assistenzialismo ma con un’attenzione specifica alla fascia della povertà assoluta (6 milioni di persone) per cui esistono finora solo interventi frammentari e non messi a sistema. Una proposta realistica che punta anche a riequilibrare i patrimoni e ridurre le disuguaglianze, particolarmente gravi in Italia.

Greta e Vanessa, il volto migliore.

Greta e Vanessa, il volto migliore.

Mi indigna il dibattito su Greta e Vanessa, le volontarie rapite e rilasciate in Siria. Si sente parlare di giovani sprovvedute, di missioni spericolate che hanno messo in pericolo la loro vita e indirettamente hanno danneggiato l’Italia. Soprattutto, si difende il portafoglio e si imputa all’imprudenza il pagamento di un non verificato riscatto. Mi pare inutile ribadire che la vita umana non ha prezzo, posto che si confermi che veramente un riscatto è stato pagato. Superfluo aggiungere che le dicerie e gli insulti sentiti in questi giorni contro due giovani donne sono particolarmente odiosi.

L’attacco, come spesso accade, è fatto alla gratuità del loro intervento. Il volontariato spesso è mitizzato, ma appena possibile è svilito. Se invece fossero andate per lavoro forse nessuno avrebbe obiettato. Due ragazze partono perché ritengono intollerabile restare in silenzio e inerti rispetto alla guerra alle porte dell’Europa. Vanno per cooperare con una popolazione stremata, a sostenere i più deboli, tra cui i bambini. Sono il volto migliore del nostro paese, giovani che decidono di partire perché in Siria e Iraq si muore.

Vengono accolte in Italia da una velata disapprovazione, dalla presentazione del conto, da strumentalizzazioni politiche (si attacca loro per attaccare il Governo) e non ultimo, essendo donne, dal sospetto di essere complici dei carcerieri.
Mi ha colpito la testimonianza su ” Famiglia Cristiana ” di un medico di Milano, Rosanna Vitale, che descrive in tutt’altri termini la preparazione della loro missione. http://bit.ly/1xCZPcj

Tutti quelli che partono per paesi pericolosi sono tenuti al dovere della prudenza e della responsabilità. Molti, come la Comunità di S.Egidio quando media per la pace nei paesi in guerra o combatte l’AIDS, scelgono però di partire per essere vicini a chi soffre. Rischiano i medici che combattono Ebola. Lo fanno tutti i volontari che in silenzio condividono il dolore della fame, della miseria o della guerra. Lo ha fatto Annalena Tonelli in Somalia, e innumerevoli martiri del ‘900. La mia solidarietà va a Greta, Vanessa e a tutti loro.

Lavoro nelle carceri, dignità dei detenuti.

Bisogna dare atto dell’impegno del ministro Orlando e dall’attenzione da lui posta alla questione dell’impiego dei carcerati oltre che il fatto che oggettivamente era giuridicamente difficile sostenibile il continuare ad assegnare questa funzione alle cooperative senza gara. Rimane comunque valido quanto ho scritto in questo articolo del 16 gennaio:

Tra pochi giorni il ministero della Giustizia toglierà l’affidamento delle mense in 10 carceri italiane alle cooperative sociali. Circa 170 detenuti e circa 40 operatori (maestri cuochi, psicologi, educatori, personale civile in genere) perderanno il posto di lavoro. Difficile capire il perché di questa scelta. Ci saranno ragioni amministrative per porre fine a una sperimentazione che non è mai entrata a regime, ma bisognava affrontarli e risolverli.

Ho potuto sperimentare i pasti preparati dalla cooperativa che gestisce la mensa del carcere di Bollate, un esempio di lavoro molto utile, promossa da Lucia Castellano. Organizza da anni un catering anche all’esterno per feste, matrimoni, convegni. Cose buone, fatte con cura, lavoro che restituisce dignità e crea professionalità. Incomprensibile chiudere questa esperienza, che dà senso alla detenzione e recupera alla vita. La cooperativa è già un valore in se stessa, perché organizza, coordina, controlla e forma.

Tutte le misure che abbiamo approvato in Parlamento in questi mesi, dal contrasto al sovraffollamento alle riduzioni di pena, vanno nella direzione di considerare il carcere come un luogo dove capire gli errori e tornare ad essere cittadini. Io mi sono occupata in particolare della presenza degli educatori in carcere.

Le misure alternative sono indispensabili per non tenere i detenuti costretti all’inattività, in ozio, senza un futuro. Che società è quella che nega il lavoro a chi ne ha bisogno per riscattarsi? O si vuole che lavorino gratuitamente? In questi giorniautorevoli giornalisti, osservando che gli occupati sono troppo pochi, propongono di far lavorare tutti insegnando un mestiere anche a costo di non remunerarli. Se ne parli, purché l’alternativa non sia il nulla.

qui trovate l’articolo pubblicato sul mio blog dell’Huffington Post

http://www.huffingtonpost.it/milena-santerini/lavoro-carceri-dignita-detenuti_b_6485014.html

Lavoro in carcere,dignità dei detenuti

Tra pochi giorni il Ministero della Giustizia toglierà l’affidamento delle mense in 10 carceri italiane alle cooperative sociali. Circa 170 detenuti e circa 40 operatori (maestri cuochi, psicologi, educatori, personale civile in genere) perderanno il posto di lavoro. Difficile capire il perché di questa scelta. Ci saranno ragioni amministrative per porre fine a una sperimentazione che non è mai entrata a regime, ma bisognava affrontarli e risolverli.

Ho potuto sperimentare i pasti preparati dalla cooperativa che gestisce la mensa del carcere di Bollate, un esempio di lavoro molto utile, promossa da Lucia Castellano. Organizza da anni un catering anche all’esterno per feste, matrimoni, convegni. Cose buone, fatte con cura, lavoro che restituisce dignità e crea professionialità. Incomprensibile chiudere questa esperienza, che dà senso alla detenzione e recupera alla vita. La cooperativa è già un valore in se stessa, perché organizza, coordina, controlla e forma.
Tutte le misure che abbiamo approvato in Parlamento in questi mesi, dal contrasto al sovraffollamento alle riduzioni di pena, vanno nella direzione di considerare il carcere come un luogo dove capire gli errori e tornare ad essere cittadini. Io mi sono occupata in particolare della presenza degli educatori in carcere.
Le misure alternative sono indispensabili per non tenere i detenuti costretti all’inattività, in ozio, senza un futuro. Che società è quella che nega il lavoro a chi ne ha bisogno per riscattarsi? O si vuole che lavorino gratuitamente? In questi giorni autorevoli giornalisti, osservando che gli occupati sono troppo pochi, propongono di far lavorare tutti insegnando un mestiere anche a costo di non remunerarli. Se ne parli, purché l’alternativa non sia il nulla.

 

INTERVENTO SULLA LEGGEDI STABILITA’ 2015

MILENA SANTERINI. Signor Presidente, questa legge di stabilità viene discussa in un momento difficile per il nostro Paese, per la vita del nostro Paese, tra segnali di invecchiamento profondo delle nostre strutture anche produttive ma anche una speranza di ripresa concreta di cui diamo atto al Governo, un segnale di speranza soprattutto rivolto ai giovani. Noi però vorremmo in questo momento impostare il nostro parere sul lavoro che è stato fatto in questi giorni; devo dire un lavoro con riferimento al quale c’è stato anche molto dialogo con il Parlamento, un lavoro, secondo me, positivo in Commissione, da un particolare punto di vista che è quello delle disuguaglianze. In effetti, nel nostro Paese, in Italia si parla quasi sempre soltanto di crisi, ma in realtà dovremmo porre l’attenzione sulle differenze, sulle disuguaglianze persistenti tra gli italiani, a livello sociale ed economico, tra le generazioni, tra italiani e stranieri, tra nord e sud. Vorrei quindi puntare l’attenzione su questo aspetto, notando che i dati ISTAT ci parlano di una lieve diminuzione in Italia della povertà relativa e questo è un dato da sottolineare ma, allo stesso tempo, restano molto alti quelli sulla povertà assoluta, ossia quella povertà che corrisponde a quelle famiglie che non riescono ad acquisire, comprare generi di prima necessità. Ben l’8 per cento della popolazione è in una situazione di povertà e questo dato non accenna appunto a diminuire. Ora, questo perché lo diciamo ? Non per fare una litania di drammi e di problemi ma per sottolineare l’importanza di una strategia e una visione sociale che parta anche dalle strategie europee 2020 che mettono la lotta alla povertà e l’esclusione sociale tra i primi posti e noi per rispondere a queste sfide – penso alla povertà infantile, all’inclusione attiva dei più vulnerabili, alle condizioni abitative decenti, al superamento delle discriminazioni, all’integrazione dei disabili, delle minoranze, degli immigrati, all’integrazione dei Rom – per tutte queste sfide, noi riteniamo che non possa bastare soltanto un aumento generale della produttività e del benessere ma occorra appunto puntare ad obiettivi più specifici.

Nella legge di stabilità per il 2015 ci sono vari punti che attaccano in qualche modo questo squilibrio, queste differenze tra gli italiani e pensiamo ad esempio anche al bonus per le famiglie povere con almeno 4 figli che anche il nostro gruppo ha contribuito a far approvare.

Riteniamo, poi, che vada spesa veramente molta attenzione all’aspetto, per esempio, relativo ai fondi alimentari, perché abbiamo famiglie che davvero non riescono ad arrivare a mantenersi e qui, accanto all’incremento soltanto di 5 milioni di euro del Fondo degli interventi per le distribuzioni di derrate alimentari, noi poniamo l’attenzione su un aspetto particolare che è quello, diciamo, dell’investire di più sul terzo settore, sul non profit e sul volontariato. Perché ? Perché un euro dato a questo settore viene moltiplicato. Penso, appunto, alle derrate alimentari che vengono distribuite con un valore aggiunto di relazione umana, di prevenzione del disagio e di cura, appunto, della persona, da centinaia, migliaia, di organizzazioni no profit. Vorremmo sottolineare che il terzo settore non è un settore a parte da foraggiare. È una visione dell’economia, è una visione dello sviluppo, quello, cioè, di una società solidaristica e coesa.

Abbiamo apprezzato anche l’attenzione al 5 per mille, un 5 per mille che, come sappiamo, va a sostenere associazioni, realtà che sono molto impegnate sul piano sociale, sanitario. Una certa attenzione andrebbe data, però, a quello che la Corte dei conti ci ha detto su questo punto e, cioè, che bisognerebbe cercare di evitare la frammentazione della distribuzione di questi fondi e che dovrebbero essere usati dalle associazioni per scopi sociali e non soltanto ridistribuiti tra i propri membri.

Si tratta di misure di sostegno, tutte queste, utili alle famiglie italiane e ai soggetti in difficoltà. Ma noi abbiamo chiesto, anche con un ordine del giorno, un aspetto particolare, quello di fare in modo il più possibile e di trovare risorse per estendere il numero dei beneficiari del programma del sostegno per l’inclusione attiva, cioè il SIA, il sostegno per l’inclusione attiva, nei comuni, appunto, dove si realizza la sperimentazione della carta, la carta acquisti, la social card. Non solo estenderla, non solo estendere questo programma, ma metterlo a sistema con sperimentazione di forme di reddito di autonomia, collegandolo con i fondi dei PON, i programmi operativi nazionali, e con il Fondo sociale europeo. Questa è l’attenzione particolare che chiediamo al Governo nel prosieguo di questo lavoro sul disegno di legge di stabilità.

Vi è poi il tema della scuola. Le linee guida sulla Buona Scuola sono state concretizzate all’interno del disegno di legge di stabilità e con uno sguardo specifico sulla questione dei precari. Io credo che il Governo abbia fatto bene ad anticipare questo tema, visto che il 26 novembre, cioè l’altro ieri, la Corte di giustizia europea ha confermato la condanna della procedura di infrazione, che aveva aperto contro l’Italia, per la mancata applicazione delle norme che dicono di non reiterare, appunto, contratti a tempo determinato per più di tre anni. Questa questione dei precari è un vero dramma della scuola italiana. Ora, l’assunzione dei 148 mila previsti dalla Buona Scuola, anche per l’eliminazione delle supplenze, io credo abbia lo scopo non solo di ovviare a questa piaga che quindi, come appunto abbiamo visto, è stata poi sanzionata pesantemente dalla Corte, ma anche a dare stabilità e sicurezza alla scuola.

Ora noi speriamo che non prosegua il contenzioso, anche perché, come sappiamo, sono pronti altri gruppi di persone che ritengono, magari a ragione, di avere diritto, appunto, ad entrare nella scuola e, quindi, noi ci auguriamo che si chiuda questa pagina ingloriosa che è stata davvero non solo aperta ma è stata continuata, procrastinata, da Governi che hanno promesso, che anche illuso intere generazioni. Però, credo che ci voglia responsabilità da parte di tutti, da parte di tutti, perché dobbiamo chiudere questa pagina ma dobbiamo, appunto, arrivare a una regolarità nel reclutamento, a una regolarità nei concorsi, alla possibilità che entrino nella scuola docenti ben preparati e che entrino soprattutto i giovani ben formati che fino ad ora sono rimasti fuori dalla scuola.

Vorrei poi sottolineare che all’articolo 3 abbiamo previsto, anche con un emendamento a nostra firma, di inserire appunto nelle finalità della buona scuola lo scopo della formazione. Perché la formazione dei docenti ? Si è parlato di un ulteriore esame, ma non si tratta di tutto questo; ma semplicemente di assicurare qualità all’istruzione. Nel momento in cui andiamo ad assumere definitivamente in ruolo questi docenti, dobbiamo fare in modo che la qualità dell’insegnamento non vada in qualche modo indietro rispetto a quella che abbiamo garantito, ad esempio, con gli ultimi concorsi, quando abbiamo chiesto anche, per esempio, nella scuola primaria la conoscenza linguistica dell’inglese e dell’informatica. Ecco, noi chiediamo al Governo che, nei decreti attuativi, si faccia attenzione a questo punto, cioè non soltanto alla quantità di chi facciamo entrare nella scuola, ma anche alla qualità dell’insegnamento. Perché poi è così importante ovviamente la stabilizzazione dei precari ? Non solo per le carriere di persone che sono state in bilico fino adesso e che hanno pagato personalmente, ma anche appunto per la qualità della scuola, per prevenire la dispersione. Abbiamo svolto un’indagine conoscitiva nella VII Commissione della Camera e i dati sono davvero gravi. Non si tratta soltanto del 17 per cento di studenti che, tra i diciotto e i ventiquattro anni, non sono né a scuola né al lavoro, ma ben di più, del quasi 30 per cento che abbiamo perso. Magari alcuni saranno nelle paritarie e nelle professionali, ma i dati sono comunque molto alti. Allora, noi chiediamo di sviluppare la formazione dei docenti che saranno assunti in ruolo, chiediamo poi, nei decreti attuativi della buona scuola, di sviluppare e di potenziare il tempo pieno proprio come misura di prevenzione della dispersione. E in questo senso – e torno al tema delle disuguaglianze – facciamo attenzione alle differenze sul nostro territorio. Proviamo appunto ad evitare che si dia di più a chi ha già, proviamo ad equilibrare. Per esempio, per il tempo pieno ci sono dati impressionanti: l’80, il 90 per cento di classi a tempo pieno a Milano, il 3 per cento a Palermo, laddove sarebbero invece più necessarie. Allora, nel momento in cui avremo da distribuire risorse, curiamo con particolare attenzione questo equilibrio e questa distribuzione. Le disuguaglianze sono un problema, un’ottica attraverso cui guardare le politiche sociali ed economiche del nostro Paese. Concludo, dicendo che abbiamo anche chiesto che potessero essere continuati i distacchi degli insegnanti che lavorano fuori dalla scuola. Qui non si tratta di proteggere insegnanti che non vogliono fare il lavoro, è esattamente il contrario. La dispersione scolastica si combatte sul territorio, non soltanto dentro le aule e, quindi, difendere la possibilità che ci siano docenti che, nell’extra scuola, lavorino nelle comunità, nelle associazioni, nel terzo settore, per i tossicodipendenti e così via, non è altro che un modo di fare meglio la scuola e di dare ancora più incisività a quel lavoro che la scuola deve fare, cioè di non perdere nessuno studente.

qui il discorso sul sito della Camera.